Borderline. Artisti tra normalità e follia: da Bosch a Dalì, dall’Art Brut a Basquiat.

Il tema della follia nell’arte non è certo nuovo né contemporaneo; altre mostre negli ultimi anni se ne sono occupate, numerosi critici, storici dell’arte e psicologi l’hanno affrontato e sviscerato in ogni suo aspetto. Quella del MAR però non è solo un’esposizione che presenta artisti con disagi psichici od opere che hanno come argomento principale la pazzia e la sua rappresentazione. A partire dal titolo: “borderline” infatti è qualcuno che vive ai limiti dei confini stabiliti dalla società, che spesso li infrange, esce dalle convenzioni, si beffa dei benpensanti. E un artista non è forse per antonomasia un eccentrico, un diverso, colui che vive intensamente la propria realtà, fino ad estraniarsi da essa? La scelta dell’istituzione museale ravennate, del suo direttore Claudio Spadoni, della Fondazione Mazzotta di Milano e dello psichiatra Giorgio Bedoni, che hanno collaborato attivamente, è stata quella di portare in Italia, e a Ravenna in particolare, un corpus significativo di opere provenienti dal Museo dell’Art Brut di Losanna, di autori pressoché sconosciuti al grande pubblico, non celebri, che non hanno mai vissuto lo status d’artista. La mostra si apre però con una sezione introduttiva con quegli artisti che hanno manifestato una sensibilità nuova e una volontà di indagare la realtà del proprio tempo, alcuni con intenti quasi scientifici, come Géricault (Le medecin chef de l’asile de Bouffon, collezione privata), altri con risultati più visionari, come Goya (dalla serie Follie, 1819-23, Milano, Fondazione Mazzotta). Il periodo tra Ottocento e Novecento è però anche il momento dei simbolisti allucinati, che creano un mondo a noi familiare popolato da mostri deformi, animali giganteschi, figure di morte inquietanti, corpi mutilati. Ne sono un esempio perfetto Klinger e soprattutto Kubin, il quale fa camminare un gigantesco scheletro tra i villaggi innevati (Epidemia, 1900, Milano, Fondazione Mazzotta), oppure realizza un orologi in cui le ore sono sostituite da teste umane recise, mentre una precipita verso una rete (L’ora della morte,). Nella sezione “Disagio della realtà”, sfilano i lavori di Art Brut di un gruppo molto eterogeneo di artisti, non considerati tali all’inizio, ma ammirati e protetti da Jean Dubuffet; tra di essi troviamo Gaston Teuscher (1903-1986), che iniziò a dipingere all’età di 71 anni in bar e ristoranti, con materiali che trovava sul posto, come vino, caffè, tabacco, cenere. Questo fare arte in maniera quasi casuale, ma necessaria per affermare se stessi, contraddistingue tutti gli artisti dell’Art Brut, ma anche gli ospiti di istituti psichiatrici, detenuti e i bambini; non è un’arte folle, ma semplicemente prodotta da persone al di fuori dei circuiti artistici, per se stesse e senza alcuna pretesa di essere vista da altri. Un altro tratto costante nell’Art Brut è la ricerca di mondi nuovi, altri, diversi da quelli a cui si è abituati, che fa pervenire gli artisti a soluzioni per certi versi simili a quelle visibili nell’arte oceanica o nell’arte africana, che tanto avevano affascinato pittori celebri come Gauguin, Picasso, Modigliani.

Gericalut, Le medecin chef de l'asile de Bouffon, collezione privata.
Gericalut, Le medecin chef de l’asile de Bouffon, collezione privata.
Kubin, Epidemia, 1900, Milano, Fondazione Mazzotta.
Kubin, Epidemia, 1900, Milano, Fondazione Mazzotta.

Nel Novecento, e in particolare all’interno di un gruppo artistico come il Surrealismo, la follia e l’arte ingenua e diversa affascinano proprio perché altro rispetto all’arte ufficiale; la dimensione onirica, bizzarra, poetica è tutto ciò che Breton e compagni ricercano, inseguono e bramano, nel loro perdersi tra i sogni e il subconscio. Per questo l’ultima sezione della mostra è dedicata proprio ai surrealisti e ha un titolo evocativo: “Il sogno rivela la natura delle cose”. È attraverso il sogno che si può arrivare a rappresentare la realtà, aggiungendo però qualcosa in più, che viene da dentro l’io dell’artista e che lo porta a creare una surrealtà, una realtà arricchita e più profonda, che muta a seconda dello sguardo di chi la contempla. Ed ecco comparire il Mostro molle in un paesaggio angelico di Salvador Dalì (1977, Città del Vaticano, Musei Vaticani) o ancora Le Prophéteur di Sebastian Matta, padre di Pablo Echaurren (1954, Roma, Fondazione Echaurren Salaris), con il suo mondo fantascientifico e robotico, che sembra uscito direttamente dai libri di Asimov o Dick.

Sebastian Matta, Le Prophéteur, 1954, Roma, Fondazione Echaurren Salaris.
Sebastian Matta, Le Prophéteur, 1954, Roma, Fondazione Echaurren Salaris.

Un’altra sezione significativa è dedicata al tema dell’autoritratto, sviscerato dagli artisti di ogni epoca e stile, che diventa però una forma di autoanalisi (il più delle volte inconsapevole) per le personalità borderline. A dominare non poteva che essere Antonio Ligabue. Nell’Autoritratto del 1954 (Collezione Banca Popolare di Bergamo) si raffigura mentre dipinge un gallo, suo alter-ego, immerso in una natura rigogliosa e brulicante. Mattia Moreni invece registra le fasi e i cambiamenti della sua vita negli autoritratti, che diventano una sorta di diario periodico, di cartina tornasole di se stessi e anche di memento mori, ma realizzati quasi al contrario (Autoritratto n. 1, Mattia Moreni a 82 anni di sua età, 1985, Santa Sofia, Galleria d’Arte Contemporanea Vero Stoppioni; Autoritratto n. 2, Mattia Moreni a 25 anni di sua età, 1986).

Antonio Ligabue, Autoritratto, 1954, Collezione Banca Popolare di Bergamo.
Antonio Ligabue, Autoritratto, 1954, Collezione Banca Popolare di Bergamo.

Ravenna, MAR – dal 17 febbraio al 16 giugno 2013.

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One thought on “Borderline. Artisti tra normalità e follia: da Bosch a Dalì, dall’Art Brut a Basquiat.

  1. legame di interdipendenza tra follia e creatività artistica: non c’è, tra le due, una correlazione diretta, ma la pazzia agisce come catalizzatore perchè il genio creativo si sviluppi e si manifesti, lanciando il suo messaggio attraverso l’opera d’arte.

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